The Fort Worth Press - Dove vanno i Dati online

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Dove vanno i Dati online




Nel momento in cui scattiamo una foto con lo smartphone o carichiamo un video sui social, pensiamo di affidare quei ricordi a una nuvola impalpabile. In realtà, il cloud è fatto di mattoni, metallo e chilometri di cavi. I file archiviati online sono fisicamente custoditi in edifici sorvegliati e pieni di server: sono i data center, il cuore della società digitale. Senza queste infrastrutture sarebbe impossibile condividere immagini, guardare film in streaming o usare servizi bancari.

I data center ospitano migliaia di computer specializzati in tre funzioni principali: calcolo, archiviazione e rete. La potenza di calcolo è data dall’insieme di server disposti in rack o blade, simili a cassette per la pizza impilate l’una sull’altra. Questi server elaborano le richieste provenienti da applicazioni come social network, servizi pubblici o piattaforme di streaming. Le nostre foto e i nostri video sono memorizzati su dischi collegati ai server tramite sistemi DAS, NAS o SAN, a seconda che i dati siano collegati direttamente al server, condivisi via rete o organizzati in grandi blocchi. Una fitta rete di cavi, switch e router collega tra loro server e sistemi di archiviazione e li mette in comunicazione con il resto di Internet. Gli operatori parlano di traffico est‑ovest quando i dati viaggiano all’interno del centro e di traffico nord‑sud quando escono verso l’esterno.

Ridondanza e sicurezza
Affidiamo ai provider cloud ricordi personali, documenti riservati e informazioni bancarie. Per garantire che questi dati siano sempre accessibili, i data center utilizzano la ridondanza: vengono create più copie di file e applicazioni e replicate in diverse aree geografiche. Se un server, un alimentatore o persino un intero edificio si guasta, un altro prende immediatamente il suo posto, spesso in un luogo distante. I team IT implementano meccanismi di fail‑over, bilanciamento del carico e monitoraggio automatico in modo che il passaggio a sistemi di backup avvenga senza che l’utente se ne accorga. La ridondanza è anche geografica: grandi società come Google o Microsoft memorizzano i dati in regioni diverse del mondo per proteggersi da incendi, alluvioni o altre catastrofi.

La storia recente dimostra l’importanza di queste pratiche. Nel marzo 2021 un incendio distrusse il centro dati SBG2 di OVHcloud a Strasburgo. Alcuni clienti avevano pagato per un backup, ma la copia era conservata nello stesso edificio e fu persa insieme ai server. L’episodio, costato al gestore francesce un risarcimento, è servito da lezione: i backup devono essere fisicamente separati. Per questo motivo i provider replicano i dati su più siti e offrono soluzioni di multi‑cloud per distribuire il rischio.

La sicurezza non è solo ridondanza. Nei data center l’accesso è rigidamente controllato con badge e sorveglianza 24 ore su 24; all’interno, firewall, sistemi di crittografia e software per il rilevamento delle intrusioni proteggono le informazioni. Le sale computer sono organizzate con corridoi freddi e corridoi caldi per incanalare l’aria condizionata e impedire il surriscaldamento. L’alimentazione elettrica è ridondata: esistono generatori diesel o a gas e grandi batterie pronti a intervenire in caso di guasto della rete pubblica.

Costi energetici e impatto ambientale
Tenere accese e raffreddate migliaia di macchine richiede enormi quantità di energia. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, i data center consumavano nel 2022 tra 240 e 340 terawattora (TWh), pari all’1–1,3 % della domanda elettrica mondiale, e la loro quota potrebbe raddoppiare nel prossimo decennio. Negli Stati Uniti l’elettricità assorbita dai data center ha raggiunto 183 TWh nel 2024, oltre il 4 % del consumo nazionale. Un iper‑centro dedicato all’intelligenza artificiale utilizza in un anno tanta elettricità quanto 100 000 abitazioni, e quelli in costruzione potrebbero richiederne venti volte di più.

L’Unione europea stima che i data center abbiano consumato circa 70 TWh nel 2024 e prevede che salgano a 115 TWh entro il 2030. Questa crescita è in gran parte dovuta alla diffusione dell’IA e alla necessità di elaborare enormi quantità di dati in tempo reale. Per contenere l’impatto, Bruxelles ha introdotto regole più severe: dal 2024 i centri con potenza IT superiore a 500 kW devono dichiarare annualmente consumo di energia, uso di acqua e quota di energie rinnovabili; nel 2026 è attesa un’etichetta europea che valuterà la sostenibilità dei data center. Anche in Italia il settore è in pieno sviluppo: a novembre 2025 erano operativi oltre 200 centri, con il campus Avalon di Milano come principale nodo di interconnessione nazionale e progetti di nuovi impianti per sostenere la crescita dell’IA.

Il consumo energetico comporta anche emissioni e pressione sulle risorse idriche. Un data center di medie dimensioni consuma tanta elettricità quanto 25 000 abitazioni e, in climi caldi, può usare milioni di litri d’acqua al giorno per il raffreddamento. L’industria sta sperimentando soluzioni innovative: sistemi di free cooling che sfruttano l’aria esterna, raffreddamento a liquido e immersione in fluidi dielettrici. L’intelligenza artificiale ottimizza in tempo reale la gestione energetica e i principali operatori acquistano energia rinnovabile con contratti a lungo termine. Alcuni impianti riutilizzano il calore di scarto per riscaldare abitazioni, come il data center Avalon 3 di Milano che contribuirà a fornire calore a 1 600 famiglie. Programmi di riciclo e riuso di apparecchiature riducono i rifiuti elettronici, mentre la comunità scientifica sta studiando come integrare server più efficienti e persino computer quantistici.

Nuove frontiere: sott’acqua e nello spazio
Di fronte alla crescita inarrestabile dei dati, le aziende sperimentano soluzioni radicali. A Shanghai è in costruzione il primo data center sottomarino alimentato da energia eolica: un impianto da 24 megawatt collocato sotto il livello del mare che usa l’acqua salata per raffreddare i server. La struttura punta a un indice di efficienza energetica (PUE) di 1,15 e riduce del 90 % l’uso di suolo e dell’85 % il consumo di energia per il raffreddamento. Oltre il 95 % dell’elettricità proviene da turbine eoliche offshore, con una riduzione stimata dei consumi totali del 22,8 %. In futuro, un secondo impianto sottomarino potrebbe raggiungere i 500 megawatt.

Un’altra frontiera, ancora più futuristica, sono i data center nello spazio. Imprenditori come Jeff Bezos ed Elon Musk, insieme a Google e OpenAI, studiano l’idea di trasferire parte della potenza di calcolo in orbita bassa. Lo scopo è usufruire di energia solare quasi continua e ridurre la pressione su acqua e territorio. Tuttavia, i problemi tecnici sono enormi: la radiazione spaziale degrada l’elettronica, l’assenza di convezione rende difficile disperdere il calore e la latenza limita l’uso in tempo reale. Secondo le stime, per ottenere la capacità di un data center da un gigawatt servirebbero fino a 10 000 satelliti da 100 kilowatt. I primi test con satelliti dotati di chip di intelligenza artificiale sono previsti per il 2027, ma gli esperti concordano che la strada sarà lunga.

Un’infrastruttura invisibile ma vitale
Il viaggio di foto e video dal nostro telefono alla “nuvola” attraversa cavi sottomarini, reti terrestri e, infine, server sparsi in tutto il mondo. Dietro l’apparente semplicità del cloud c’è un’industria complessa che richiede continui investimenti in tecnologia, energia e sicurezza. I data center sono il pilastro della vita digitale e allo stesso tempo una sfida ambientale. La loro evoluzione determinerà la capacità delle società di gestire la crescente domanda di dati e di coniugare innovazione e sostenibilità.